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Ricordo di J. Bruner

Cinzia Mion

Dirigente scolastica, Formatrice, Psicologa


Correva l’anno 1963 ed io mi ero appena iscritta al Movimento di Cooperazione Educativa sull’onda di un illuminante incontro con una docente del movimento, incontro che a suo tempo ho già raccontato nel ricordo di Mario Lodi.  Era il mio secondo anno di ruolo come docente alla scuola elementare. Fu durante una riunione del gruppo di Treviso che Ines Casanova arrivò con un libro tenuto come una reliquia. Era di un autore nuovo, un tale Bruner, dal titolo “Dopo Dewey. Il processo di apprendimento nelle due culture” della casa editrice Armando Armando. Era una casa editrice che conoscevo bene perché mi serviva a tenermi informata in merito alle novità di psicopedagogia. Ines ne tesseva le lodi e ci indusse a comprarlo. Rimasi fulminata.

Andare oltre l’informazione data era lo slogan che mi ha catturato subito e mi spinse ad autointerrogarmi ancora di più, se ce ne fosse stato bisogno, dopo che la crisi sulla mia professionalità docente mi aveva portato ad aderire con entusiasmo all’MCE e alle sue tecniche. Scaraventata nel ruolo, come ancora succede in Italia, vale a dire senza un adeguato tirocinio, avevo trascorso il primo anno di insegnamento, dopo aver vinto con buon risultato il concorso, nella completa inadeguatezza e insoddisfazione professionale. O, peggio, agivo da insegnante con didattiche e metodi tradizionali che avevo assorbito dai docenti che avevo avuto, anche se prima di entrare in classe mi ripromettevo di fare altrimenti, come avevo letto nei sacri testi. Aver incontrato le tecniche Freinet e aver scoperto Bruner e le sue affascinanti riflessioni psicopedagogiche hanno reso il mio percorso professionale appassionato e finalmente appagante. Posso dire, come sono solita affermare, che avevo finalmente provato quei “brividi intellettuali” di cui personalmente ho  bisogno per assaporare pienamente ciò che sto facendo. Insieme all’attenzione ad andar oltre all’informazione data, alla considerazione nei confronti del “pensiero intuitivo”, si accompagnava, infatti, la focalizzazione dell’importanza della “struttura delle discipline e, chicca su tutto, l’apprendimento per “scoperta”.

 A proposito di quest’ultima affermazione ricordo, per quanto attiene la didattica della storia e le idee strutturali delle discipline, che i miei alunni di terza elementare nell’anno 1967 avevano “scoperto” l’idea forte strutturale della geostoria per cui le vie di comunicazione sono alla base dello sviluppo e del progresso di un paese. Insegnavo in un paese della provincia di Treviso, ai confini con il Friuli, chiamato Codognè. Stavo applicando il metodo di Jeffreys e le “sue linee di sviluppo”, testo raccomandato da Lydia Tornatore e in linea con il pensiero bruneriano. Tra le linee di sviluppo storico raffiguranti i cambiamenti nel paese negli ultimi vent’anni con interviste varie a genitori, nonni, anziani compariva anche l’industrializzazione della zona, precedentemente agricola, caratterizzata da molti mobilifici. Per farla breve tra i cambiamenti verso una sempre migliore qualità della vita oltre alle abitazioni, i mezzi di illuminazione, i costumi di vita, c’era stata anche l’asfaltatura di un argine che era diventato in questo modo un’importante via di comunicazione chiamata la “Cadore-Mare” che collegava in modo diretto sia la provincia di Belluno che Pordenone alla costiera adriatica. Avendo i bambini graficamente rappresentato alle pareti queste linee di sviluppo collegate tra loro da differenze risalenti a scansioni decennali si è reso quasi plasticamente visibile la coincidenza dei cambiamenti migliorativi con lo sviluppo industriale ma soprattutto con la realizzazione dell’arteria che toglieva dall’isolamento il paese. Ricordo ancora il nome del ragazzino che ha fatto la scoperta. Si chiamava Gastone. Ecco l’apprendimento per scoperta che avrebbe permesso di andare oltre l’informazione data e avrebbe agevolato, attraverso questa inferenza logica, la memorizzazione semantica di questa struttura ed inoltre quello che Bruner considerava applicabile in contesti diversi, ossia un concetto ad alto tasso di transfer.

Grazie caro “vecchio” Bruner, per aver contribuito in modo così intenso alla mia passione per questa istituzione così fondamentale per un Paese che è la Scuola, per aver risvegliato una “motivazione intrinseca” così radicata ancora in me che è la curiosità epistemica, che mi spinge ancora a interrogarmi e interrogare continuamente il mondo culturale alla ricerca di risposte e nuove problematizzazioni che possano offrire ricadute al miglioramento di essa in funzione della crescita ottimale delle nuove generazioni.

Nei testi successivi ho trovato sempre nuovi spunti su cui riflettere e far germogliare occasioni di formazione significativa, per me e per gli altri, fino a incontrare le ricerche di infant research in cui citando già Daniel Stern, diventato oggi famoso per aver utilizzato la scoperta dei neuroni specchio, Bruner aveva già studiato l’interazione madre-bambino all’interno del processo di intersoggettività. Egli, infatti, ancora nell’anno 1978, nel suo testo Crescita umana, tradotto in Italia nel 1981, ha fatto derivare la nascita del linguaggio da una funzione preverbale prettamente corporea composta da sguardo, vocalizzi, gesti. Nel suo contributo, infatti, dal titolo Apprendimento dell’uso delle parole Bruner parla di “sguardo congiunto” come tendenza delle madri ad orientarsi verso gli aspetti del mondo che interessano al figlio. A questa attenzione condivisa segue poi un’azione congiunta via via fino ad arrivare all’additamento da parte del bambino (linguaggio deittico) e alla fine alla denominazione da parte della madre.

Naturalmente non è finita qui perché potrei citare le ricerche su Il Pensiero in cui Bruner scandaglia il modo affascinante che ha il pensiero umano di categorizzare la realtà, fino a far derivare lo stile cognitivo divergente dalla tipologia del soggetto come categorizzatore aperto, ma non ho intenzione qui di ripercorrere tutta la ricchissima produzione del Nostro.

Grazie caro Bruner per la tua tenacia e lucidità mantenute fino alla fine dei tuoi giorni, per quello sguardo acuto e insieme benevolo con cui mi hai guardato quando sono venuta a Reggio a offrirti il segno della mia riconoscenza e ammirazione, per avermi fatto credere che nel campo dell’educazione tutto è possibile, basta trovare la didattica adeguata che parta sempre dalla rappresentazione “attiva” per arrivare alla fine a quella simbolica, verso il traguardo della comprensione profonda, l’unica significativa e durevole nel tempo.

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Documentazione:

L’infanzia e la cultura: un racconto

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