Login
Registrati
facebook
Google+

Routines e momenti di transizione: il pasto

Osservazioni e commenti a partire da un video

Miriam Rasse, psicologa direttrice dell’Associazione Pikler-Loczy Francia

A cura di Alide Tassinari

La cooperazione del bambino durante le routines è importante perché è grazie ad essa che egli si sente considerato come una persona e non manipolato come un oggetto. Inoltre impara a comunicare. In effetti un bambino, anche molto piccolo, e prima di saper parlare è in grado di esprimere il suo benessere o malessere. Si esprime con il corpo, quando è contratto o disteso o quando si agita, ma anche con la mimica, l’espressione del volto, le grida, il pianto ecc. E se l’adulto è attento a questi segnali di comunicazione, se cerca la risposta adeguata, il bambino si rende conto che lo si ascolta e che si vuole trovare ciò che è meglio per lui. Per esempio, se un bambino mentre mangia in braccio all’educatrice, si agita, l’educatrice può fare diverse ipotesi: per esempio, il bambino non si sente tenuto bene, allora va meglio sostenuto; se il bambino nonostante questo continua ad agitarsi, allora vuoi dire che la causa non era quella pensata, ma che per esempio il cucchiaio non arriva abbastanza velocemente alla sua bocca. Può essere anche che non gli piacciano gli alimenti che gli vengono proposti. In tutti i casi vediamo che il bambino si esprime con il corpo e che l’adulto tenta di interpretare, di comprendere quello che con il corpo sta cercando di comunicare.

È chiaro che più il bambino e l’adulto si conoscono e hanno l’abitudine a stare insieme, più è facile che ci sia reciproca comprensione. L’adulto deve fare allora meno tentativi per capire qual’è l’esigenza del bambino, per trovare la risposta giusta. È per questo motivo che l’educatrice di riferimento è molto importante. Il bambino che è ascoltato, sente di essere importante per l’adulto e questo lo aiuta a costruire la fiducia in se stesso e gli dà la voglia e la motivazione per continuare a esprimere e comunicare quello che sente.

Rifletteremo sui momenti di transizione che sono quei momenti in cui i bambini passano dalle braccia della educatrice al tavolo, per mangiare insieme a un altro bambino oppure in piccolo gruppo; o ancora, nel caso del cambio, quando passano dal fasciatoio a un’altra situazione.

È l’osservazione a fornire gli elementi importanti per cogliere quando e come organizzare i momenti di transizione.

 

Il momento del pasto

Per entrare subito in tema vi propongo un video fatto in un nido francese. Al tavolo mangiano tre bambini: Emile 12 mesi; Guillain 17 mesi; Ulric, 13 mesi (di origine africana, è ritornato dopo molto tempo proprio il giorno della ripresa, quindi è un po’ smarrito e l’educatrice lo prende in braccio quando inizia il pasto).

 

Guillain

Che cosa avete osservato di quello che Guillain esprime?

All’inizio i bambini mangiano delle carote e lui spinge il piatto perché non ne vuole. Siete d’accordo sul fatto che se non vuole le carote, può mangiare quello che c’è dopo? Una di voi ha chiesto se è buona la situazione di una educatrice con tre bambini e ha osservato che G. sembra a suo agio. Allora, se il bambino sta bene la situazione è buona. Per dire se una situazione è buona non bisogna lavorare su una idea – va bene o non va bene – ma su quello che il bambino esprime. Potremmo descrivere i gesti e le mimiche di G. durante il momento del pasto.

Come usa il cucchiaio? Vi sembra che questo bambino sia attento al suo pasto? Si può dire che la sua attenzione è diffusa, “dispersa” sulle cose che gli stanno intorno? Cosa possiamo dire di quello che ha mangiato?

Siccome non sa usare bene il cucchiaio, quando prende la carne, questa cade perché ne prende troppa e quindi non mangia molto. Non mangia molto, è distratto … è veramente un buon pasto? Un buon momento per lui?

L’adulto fa molti sforzi per essere attento a tutti e tre i bambini, ma qui ho l’impressione che G. non goda di sufficiente attenzione da parte dell’adulto, perché cerca sempre di richiamare l’attenzione della educatrice attraverso grandi gesti e grandi movimenti. G. non è ancora abbastanza capace di mangiare da solo e ha bisogno dell’adulto. Anche se l’atmosfera di questo momento è piacevole, per quanto riguarda G. si può dire che non ha mangiato a sufficienza e che non ha avuto abbastanza attenzione da parte dell’adulto; dunque per lui non è un momento sufficientemente buono. Se noi siamo attente ce lo dimostra. Non è un momento sgradevole quello che abbiamo appena visto, però potrebbe essere migliore, anche in considerazione del fatto che non sono tanti i momenti in cui i bambini possono godere della relazione individuale con l’adulto.

La conclusione è che con l’osservazione si può vedere se l’organizzazione che ci si è data, che si è stabilita, funziona o no. Voi proporreste che invece di tre bambini ce ne fossero due a tavola.

 

Emile

E per Emile come va il pasto? Cosa esprime con il viso e con il corpo? Come è sistemata sulla sedia? Si muove molto sulla sedia per trovare un appoggio, visto che non tocca coi piedi per terra. Non è ben sistemata. Come mangia? Potete descrivere come tiene il cucchiaio? Lo tiene molto in cima, spesso non riesce a riempirlo, quindi c’è pochissimo cibo nel cucchiaio. Come fa allora per mangiare? Usa le mani e l’educatrice la riprende; per rispondere alla richiesta dell’educatrice E. prende il cibo con la mano e lo mette nel cucchiaio, questo evidenza il fatto che non è in grado di utilizzare il cucchiaio, anche se vuole rispondere alla richiesta dell’adulto.

E.cerca continuamente lo sguardo dell’educatrice. La bambina conosce bene la richiesta dell’educatrice – che mangi con il cucchiaio – però non è in grado di rispondere a questa attesa e quindi quando tocca il cucchiaio dell’educatrice è per richiedere aiuto, non è per gioco. E. ha fame, ma non è in grado di mangiare da sola. Usa le mani non per piacere, ma perché non riesce a fare diversamente. La conclusione per E. è che ha ancora bisogno di una relazione individuale.

La conclusione è che nessuno di questi tre bambini è pronto per affrontare il pasto in gruppo, tutti avrebbero bisogno di una relazione individuale.

Inoltre occorrerebbe un arredo più adatto all’età dei bambini. Anche l’organizzazione non è sufficientemente pensata perché, nonostante ci sia una persona che porta il carrello, l’educatrice deve alzarsi.

 

L’organizzazione

L’impressione è che il pasto che abbiamo appena visto avrebbe bisogno di un’altra organizzazione. Il fatto che un bambino non pianga non è sufficiente a dire che tutto va bene. Qui c’è un’educatrice che fa molto (fa il massimo) in una situazione che non è ben organizzata. È l’organizzazione che non va, non il lavoro dell’educatrice. Una madre con più bambini può fare così, ma al nido è diverso perché ogni bambino non ha molte occasioni per avere una relazione personale con l’adulto e il momento del pasto è una occasione in questo senso. È importante che questo momento di incontro sia molto buono perché è molto breve. Perché ci sia un buon “incontro” tra adulto e bambino è necessario che il bambino possa esprimere ciò che prova: bisogna che si senta ascoltato e compreso, ma deve anche sentire che può influenzare l’adulto, cioè modificarne il comportamento; e ciò presuppone che si lasci al bambino uno spazio e un tempo per rispondere alle domande che l’adulto gli pone.

Perché non si permette al bambino di mangiare con le mani? La risposta è che nella nostra cultura non è permesso farlo, quindi fin da quando è molto piccolo, è importante che il bambino comprenda che è così. Quindi bisogna essere coerenti rispetto alle attese che si hanno nei confronti dei bambini perché a una certa età si può permettere di mettere le mani nel piatto e a un’altra età no. Perché i bambini mettono le mani nel piatto? Non solo perché non sono capaci di fare diversamente, ma anche per il piacere di utilizzare le proprie mani, di fare da soli: alcune cose come le patate e le crocchette anche voi le lasciate mangiare con le mani. Ma è responsabilità dell’adulto fare in modo che accettino le regole sociali: questa è la socializzazione.

“Non mangiare con le mani” non è una regola assoluta, però penso che l’adulto debba rimanere coerente. Quindi finché il bambino non è in grado di utilizzare il cucchiaio, è l’adulto che lo aiuta a mangiare. E se il bambino ha voglia di mangiare da solo si possono trovare delle soluzioni; ci sono dei cibi che si possono mangiare con le mani: in Francia per esempio del pane, un pezzo di frutta o di formaggio. Infine c’è un modo di alimentarsi più semplice dell’uso del cucchiaio che è il bicchiere. Da noi i bambini mangiano dello yogurt o del passato, e mentre un adulto mangia lo yogurt con il cucchiaio, un bambino può anche berlo dal bicchiere, il che gli consente di fare da solo con dei buoni risultati.

Ci deve essere una integrazione progressiva tra quello che il bambino un po’ alla volta riesce a fare e quello che gli si lascia fare, però non bisogna incoraggiare a mangiare con le mani.

L’idea è: “finché non sei in grado di mangiare da solo io ti aiuto”, e il bambino di tanto in tanto può prendere il cibo con le mani senza che lo si sgridi; però io penso che se il bambino mangia con le mani è perché l’adulto non lo aiuta abbastanza, come abbiamo visto nel caso di E. Il bambino va incoraggiato a mangiare con il cucchiaio. Insisto un po’ su questo perché, almeno in Francia, c’è stato un periodo in cui si pensava fosse bene che il bambino mettesse le mani nel piatto, facesse l’esperienza di toccare e manipolare perché gli procurava delle sensazioni importanti. Ma io non sono d’accordo.

 

La comunicazione adulto-bambino

Spesso succede che si chieda a un bambino se ne vuole ancora nello stesso momento in cui si introduce il cucchiaio in bocca, cioè non si aspetta la risposta. Nel film l’educatrice tiene in braccio la bambina, e rimane un po’ alle sue spalle; la bambina è ben sostenuta, ma non c’è una comunicazione costante attraverso lo sguardo. È vero che la comunicazione avviene molto attraverso lo sguardo (quando si parla ci si guarda), ma è anche vero che non è solo questo perché il bambino in questo caso viene tenuto dalle braccia dell’educatrice, è sostenuto e quindi c’è anche una comunicazione che passa attraverso il tono corporeo. La comprensione tra adulto e bambino avviene attraverso il contatto corporeo. Il guardarsi tutto il tempo negli occhi può essere eccessivo, imbarazzante.

Forse dipende tutto dall’età e dalle capacità del bambino, penso che se un bambino non sa stare seduto allora bisogna sostenerlo con le braccia. Ma questa è una bambina che sa stare seduta. Ci potremmo chiedere dunque cosa porta di vantaggio a questa bambina che sa già stare seduta da sola il rimanere sulle ginocchia dell’educatrice, piuttosto che stare a tavola.

Nella decidere di attuare il passaggio dalle braccia dell’educatrice al tavolo il criterio fondamentale, non l’unico, è che il bambino sia capace di stare seduto; il secondo criterio concerne il bisogno che il bambino potrebbe ancora avere di stare a contatto con l’adulto, bisogno che può essere diverso a casa e al nido; il terzo criterio è che sia capace di mangiare da solo. (Forse Emile doveva mangiare ancora in braccio).

 

Come valutare se un bambino può mangiare da solo?

Penso che voi utilizziate il bicchiere e che i bambini utilizzino i bicchieri.

Prima del cucchiaio, un bambino può essere in grado di utilizzare meglio il bicchiere. Il bambino che già usa bene il bicchiere può progressivamente apprendere ad utilizzare anche il cucchiaio, sviluppare cioè la capacità motoria necessaria. Quando mostra che ha voglia di mangiare da solo, anche se non può servirsi bene del cucchiaio può forse andare a tavola.

Ricapitoliamo i criteri in base ai quali decidere che un bambino può mangiare a tavola:

  • la capacità di sedersi da solo (sedersi da solo e alzarsi dalla sedia, non rimanere seduto essendo messo in quella posizione);
  • che il bambino sappia bere dal bicchiere e abbia voglia di mangiare da solo con il cucchiaio, quindi mostri di desiderare una certa indipendenza dall’adulto;
  • il terzo criterio – che è forse il più difficile – che il bambino abbia meno bisogno di un contatto con l’adulto e possa tollerare una certa distanza;

Quindi: che il bambino non sia più sostenuto dal corpo dell’adulto ma che possa stare seduto. Da noi in Francia si pensa che un bambino possa essere in grado di stare al tavolo tra i sedici e i venti mesi.

Si può mettere al tavolo un bambino per la prima volta per un pasto meno importante, come la merenda: si fa la proposta, si fa una prova e se non funziona si ritorna alla situazione precedente.

Non bisogna dimenticare che questi bambini vivono in collettività e che il pasto è il momento in cui il bambino si nutre ma è anche il momento della comunicazione e della relazione con l’adulto. In collettività il bambino non ha molte occasioni per essere solo con l’adulto, per questo prima ho detto che il bisogno del contatto può essere diverso al nido e a casa perché a casa il bambino può mangiare già nel seggiolone mentre al nido può essere opportuno per quello stesso bambino rimanere ancora in braccio. A casa ha abbandonato la posizione in braccio mentre la mantiene al nido. In questo caso si può esprimere verbalmente al bambino che “si sa che a casa ormai mangia nel seggiolone” ma che al nido è diverso. Il bambino lo sa bene che non è la stessa cosa. Sono in gioco sul piano affettivo emozioni molto diverse tra il bambino e la madre, tra il bambino e l’educatrice. Con la madre ha bisogno di acquisire indipendenza perché è molto attaccato a lei, al nido ha bisogno di avere garanzie di sicurezza affettiva. Da noi a questa età c’è una educatrice per sei bambini e mangiano tutti uno dopo l’altro, come i piccolissimi.

Il significato di “autonomia”

Finora abbiamo cercato di riflettere sul momento in cui il bambino può passare dalle braccia dell’adulto al tavolo, e come quindi si può accompagnarlo nel suo cammino verso l’autonomia. Penso sia giusto richiamare il fatto che autonomia non significa assolutamente “fare tutto da solo” ma “conoscere le proprie capacità e sa perle utilizzare”. Fare da solo quando il bambino si sente capace di fare da solo, il che significa che non è obbligato a fare da solo se non ne ha voglia. Lo stesso nel caso di un bambino che sa già vestirsi, mettersi le scarpe, ecc.: se un giorno non ha voglia di farlo è giusto che l’adulto lo aiuti; diversamente il bambino si sente abbandonato a se stesso, solo. Non bisogna dimenticare che autonomia significa sapersi “governare” da solo, etimologicamente (auto-nomos) sarebbe “darsi da solo le regole”, regolarsi da solo. Quindi per essere autonomo un bambino deve essere in grado di darsi da solo un certo numero di regole di comportamento: regole sociali, regole culturali.

Il pasto è un momento di socializzazione molto importante, nel corso del quale il bambino impara una serie di regole sociali e culturali, il modo in cui nella nostra società si mangia (l’abbiamo visto stamattina: non si mangia con le mani è un orientamento; non si mettono le mani nel bicchiere, non ci si alza da tavola, non si mettono i piedi sul tavolo e così via). Tutto questo il bambino lo impara nella relazione con l’adulto a condizione che possa seguire i suoi ritmi le sue capacità e non venga messo in una situazioni che non può ancora padroneggiare. Per questo io penso che dare un cucchiaio a un bambino che non è ancora in grado di utilizzarlo non sia fargli un buon servizio. Allo stesso modo se si mette il bicchiere sul tavolo e il bambino gioca con il bicchiere, ci mette le mani dentro, rovescia l’acqua, non impara come si usa un bicchiere. Se il bambino sa che quando ha sete l’adulto gli dà da bere forse non è ancora il momento di lasciare il bicchiere in permanenza sul tavolo. Allora darei anche un quarto criterio per valutare quando è il momento di passare dalle ginocchia dell’educatrice al tavolo; ed è che il bambino capisca quello che ci si aspetta da lui e sia capace di un certo autocontrollo, di rispettare le regole che concernano quel momento. Penso che chiedere tutto ciò a un bambino di un anno sia troppo presto.

 

Quando mettere a tavola due bambini insieme.

I nostri criteri per cui due bambini mangiano insieme, in base alla nostra organizzazione sono:

  • che il bambino sia capace di mangiare da solo e che non abbia molto bisogno dell’aiuto dell’adulto il quale può così facilmente dividere i suoi interventi fra due bambini;
  • che il bambino sappia rispettare delle regole che sono ancora più complicate; oltre alle regole del pasto deve essere in grado di rispettare lo spazio dell’altro: es. non mettere le mani nel piatto dell’altro; deve conoscere abbastanza bene i suoi bisogni, la sua fame per non essere influenzato dall’altro bambino con cui mangia;
  • che il bambino sia in grado di condividere con un altro bambino l’attenzione dell’adulto.

 

Quando non tutti i criteri sono soddisfatti si aspetta. Il criterio più difficile da valutare è il terzo, ma è anche il principale perché va comunque garantita al bambino la relazione con l’adulto, di cui ha bisogno.

È circa tra i venti e i ventiquattro mesi che i bambini mangiano in due.

Ripeto che è nostra scelta sperimentare il primo pasto a tavola con la merenda: durante la merenda il bambino non ha bisogno di utilizzare il cucchiaio e può mangiare veramente da solo. Il cucchiaio si propone quando il bambino usa bene il bicchiere e mostra una buona capacità motoria. Bere a tavola è abbastanza difficile perché mentre si solleva il bicchiere bisogna anche un po’ piegare la testa un po’ indietro, questo richiede una buona capacità motoria. Per questo motivo abbiamo fatto fare un tavolo e una sedia con lo schienale esattamente come quello che usano a Lóczy, successivamente i bambini stanno seduti su sgabelli, senza schienale, perché non hanno più bisogno di appoggio.

Quando si dà il cucchiaio al bambino, cioè quando lo sa utilizzare e non ci gioca, noi adottiamo sempre il sistema dei due cucchiai. Più il bambino sarà capace di servirsi del cucchiaio, meno l’adulto avrà bisogno di aiutarlo.

Nel pasto individuale in braccio è molto importante che l’educatrice possa stare seduta comodamente appoggiando i piedi sul pavimento, magari con l’aiuto di un piccolo rialzo. Se deve tenere il bambino appoggiato al braccio deve avere qualcosa che sostenga il braccio.

La forchetta non viene data, solo il cucchiaio, e all’inizio neanche il piatto ma una ciotola. Spesso si propone la forchetta dopo i due anni e mezzo e il bambino può scegliere tra la forchetta e il cucchiaio. Certi alimenti sono difficili da mangiare con la forchetta, ad esempio i piselli. In effetti quando il bambino mangia delle cose a pezzetti la forchetta può essere più comoda e perciò si propone assieme al cucchiaio. Il coltello viene dato ancora dopo, non perché sia pericoloso dal momento che il bambino può imparare che lo è, ma perché è molto difficile usarlo, richiede una abilità motoria che a questa età il bambino non ha. È falsa autonomia proporre al bambino qualcosa in cui non può riuscire, che non riesce a fare. Noi non proponiamo ai bambini di servirsi da soli, è troppo difficile per loro anticipare la quantità che vogliono, perché sono diversi gli elementi che influiscono, come l’avere molta fame, la qualità del cibo che magari gli piace o non gli piace; spesso i bambini hanno voglia di servirsi da soli ma come in un gioco. I bambini non sono capaci di avere il controllo, di autoregolarsi e allora non è interessante offrire ai bambini questa opportunità se poi è · l’adulto che deve dire di prenderne ancora o di non prenderne più. È meglio non avere fretta e aspettare un po’; il fatto di farli servire da soli fa piacere agli adulti.

print

Documentazione:

Cura è educazione

2 commenti su “Routines e momenti di transizione: il pasto

Lascia un commento