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Tra laurea, tirocinio e telecamere

Ferruccio Cremaschi

Direttore responsabile Zeroseiup


Laurea vincitutto

Laurea, concorso, cattedra. In un fiato. “Avremo docenti under trenta”, assicura il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti. Lo aveva annunciato il 12 settembre scorso al videoforum di Repubblica Tv, ora è tutto in legge di Bilancio. Il Miur a trazione leghista cancella i percorsi di abilitazione post-laurea, quelli che da Luigi Berlinguer fino alla legge 107 passando per Mariastella Gelmini erano diventati necessari per “imparare a insegnare”. Vent’anni di arruolamento specializzato. Niente: “Basta brevetti infiniti – dice il ministro – c’è bisogno di docenti giovani che diano forza alla scuola italiana, laureati subito in ruolo. Serve semplificazione e un ordine”.

Così sappiamo dalla stampa quali sono i nuovi indirizzi delle politiche in materia di istruzione.

Il problema è che la semplificazione porta con sé un abbassamento della formazione degli insegnanti e, appunto, la fine del concetto che dopo il diploma di laurea (con 24 crediti in materie psico-pedagogiche, in questo caso) per formarti alla cattedra serva una scuola speciale (si chiamava Siss, dal 1999 al 2010, e i suoi cicli duravano due stagioni) o un Tirocinio formativo attivo lungo un anno (il Tfa, costava in media 2.500 euro). Con la semplificazione e l’ordine di Bussetti esce di scena anche il Fit, Formazione iniziale e tirocinio, allestito dall’ex ministra Valeria Fedeli per recuperare precari e creare un percorso che in tre anni ti portava a imparare a tenere una lezione e una classe. A essere valutato. Tutto cancellato. La riforma dello staff Bussetti mantiene in vita solo un anno di valutazione, all’interno della scuola. Se hai appena vinto il concorso per docenti, ecco, potresti scoprire solo in aula che non sai spiegare il Risorgimento. E questo non sarebbe il problema peggiore. Eraldo Affinati si rifà alla sua esperienza: “Ancora oggi, quando un docente entra in classe per la prima volta, abbia frequentato oppure no un tirocinio formativo, è assai probabile che si trovi nella medesima condizione psicologica vissuta dal maestro di vent’anni immortalato da Giovanni Mosca nei suoi Ricordi di scuola, un libro uscito nel 1939 e tante volte evocato fino al punto di essere divenuto proverbiale. I quaranta ragazzini terribili che lo fronteggiano, guidati dal loro capitano seduto in prima fila, pronto a palleggiare da una mano all’altra l’arancia da scagliare contro il nuovo supplente, ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Per conquistare la mitica Quinta C continueremo ad avere bisogno della fionda strappata al capoclasse con la quale abbattere il moscone a lui sfuggito, ovvero, fuor di metafora, dovremo meritarci sul campo la nomina ufficiale, senza sperare che siano sufficienti i crediti ottenuti all’università nelle materie antro-psico-pedagogiche o il solo anno di prova ora richiesto per venire confermati in ruolo”.

 

Però, ci sono le telecamere

Al momento in cui scriviamo non sappiamo come finirà la vicenda della proposta di legge approvata alla Camera[1] e in discussione (con qualche intoppo) al Senato.

Un’iniziativa molto discussa e su cui ci sono posizioni drasticamente contrapposte.

Daniele Novara, fondatore e animatore del CPP Centro Psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti, assume una posizione drastica: «Diffidate dei nidi e delle scuole dell’infanzia che installeranno le telecamere. Ai genitori dico questo, non mandate i vostri figli nei nidi che aderiranno alla legge, perché vuol dire che i gestori sanno di non aver reclutato personale competente e non si fidano di loro, hanno paura loro per primi che il personale che lavora con i tuoi bambini possa fare qualcosa di sbagliato. Io mio nipote di certo non lo mando in un nido con la telecamera».

Se le telecamere sono una scorciatoia, quale la soluzione?

«Le telecamere sono una scorciatoia: i casi di vessazione ai bambini nei nidi e nelle materne si prevengono in due modi» spiega Daniele Novara. «Il primo consiste nel fare un’adeguata e rigorosa selezione del personale. La seconda nel puntare su una continua e sistematica formazione degli insegnanti per aggiornare e migliorare le loro competenze professionali. Installare le telecamere, invece, vuol dire delegittimare le istituzioni educative e vedere, in partenza, tutti i bambini come possibile vittime di insegnanti aguzzini e persecutori».

«Il personale dei servizi educativi per la prima infanzia e della scuola dell’infanzia non si può selezionare nel modo in cui è selezionato attualmente. La prima infanzia non è un “mercato” come spesso sento dire. Bisogna fare un reclutamento rigoroso degli educatori della prima infanzia, non una legge sulle telecamere. Mi scusi, è come se avessimo una legge che permette di installare le telecamere fuori dalle banche senza avere prima una legge contro le rapine in banca. È assurdo».

È un errore politico, antropologico e pedagogico. La telecamera non risolve il problema centrale della professione educativa nella fascia 0/6 anni, che è l’età cruciale, in cui si possono fare danni effettivi e reali: in cui – diciamocelo – si può rovinare la vita di un bambino per sempre.

Abbiamo una legge che non mette filtri all’assunzione di persone sbagliate per l’educazione nella fascia 0/6 anni. Non sto parlando di persone incapaci di insegnare filosofia al liceo, non me ne frega nulla del prof che non sa spiegare Kant… al massimo uno non impara Kant. Invece un’insegnante che lavora con bambini fra gli 0 e i 6 anni ma che ha sbagliato lavoro e urla tutto il giorno e mortifica i bambini… li danneggia per tutta la vita. Questo i politici e le famiglie dovrebbero saperlo. Allora quello che serve è una legge che impedisca il reclutamento selvaggio e senza regole come è quello attuale, specialmente nei nidi, dove non ci sono regole, ogni regione ha le sue, e le regioni sono 20. Serve questo e anche una legge sulla formazione obbligatoria in servizio di tutti gli educatori che lavorano con i bambini piccoli. Bisogna mettere i soldi lì, non nel business delle telecamere».

 

Il pendolo delle scelte

La Regione Lombardia aveva già anticipato l’iniziativa con l’approvazione di una legge ad hoc nell’agosto scorso che prevede lo stanziamento di 600mila euro per favorire l’installazione di telecamere negli asili nido e nei micronidi regionali e 300mila euro per interventi di “formazione e prevenzione” degli operatori che lavorano in queste strutture e delle famiglie dei bambini che le frequentano. Anche in questo caso la scelta per un mezzo di controllo rispetto all’intervento sul personale.

Il problema del “professionista” che lavora in educazione con soggetti deboli (siano essi bambini o siano anziani) sembra generalmente sottovalutato.

Storicamente l’abilitazione a questa professione avveniva dopo percorsi di studi relativamente brevi e poco considerati permettendo poi un inquadramento professionale e retributivo di basso livello in un circuito vizioso per cui la scarsa retribuzione giustificava anche lo scarso investimento sulla formazione.

Sono stati fatti dei progressi, si è generalizzata la richiesta della laurea come titolo di dì studio.

Ma forse il problema di fondo resta: basta una laurea per saper educare e trattare bambini e bambine? Basta una telecamera per evitare storture e abusi?

[1] La Camera il 23 ottobre ha approvato la proposta di legge “Norme in materia di videosorveglianza negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia nonché presso le strutture socio-assistenziali per anziani, disabili e minori in situazione di disagio” che dà la possibilità di installare videocamere a circuito chiuso nei servizi educativi per l’infanzia, nelle scuole dell’infanzia e nelle strutture socio-sanitarie e socio-assistenziali per anziani e per persone con disabilità a carattere residenziale, semiresidenziale o diurno. Le registrazioni saranno visibili, dopo denuncia, solo dalle forze di Polizia.

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