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Un anno per parlarne

Ferruccio Cremaschi


Nel dibattito all’inizio dell’estate sono ritornate d’attualità le discussioni sui benefici del Nido a partire da recenti ricerche presentate come grandi novità, di fatto riportando la discussione indietro di cinquant’anni. Il punto di partenza resta sempre una lettura distorta di Bowlby cavalcata da un fronte familistico-maternalistico che aveva alzato le barricate per sostenere l’insostituibilità della mamma a qualsiasi forma di educazione più articolata, in contrapposizione alla generalizzazione della scuola dell’infanzia e dell’avvio del nido. Una discussione ormai superata e di nessuna utilità pratica. Tuttavia anche noi presentiamo in questo numero un’intervista al sociologo Valerio Belotti che, attraverso una ricerca longitudinale, esplora le influenze sullo sviluppo cognitivo della frequenza di servizi educativi in età precoce.

Il punto centrale dell’intervento di Belotti è l’esplicita dichiarazione che il nido sembra contare “in certe situazioni e a certe condizioni”. Non si tratta di rivendicare il “nido comunque”, ma precisare che è necessario che il nido (e la scuola) sia di qualità. Il che focalizza la discussione, la ricerca, l’impegno culturale e politico su quali sono le condizioni perché il nido e la scuola dell’infanzia rispondano al loro obiettivo e quindi su quali elementi li rendono servizi di qualità.

Ci siamo sentiti ripetere alla saturazione che i primi anni di vita sono preziosi, che nei primi anni si gioca il futuro del bambino e della bambina. Tutti d’accordo, ma una volta proclamata “la verità”, questa cade nel silenzio e nel vuoto.

Se l’educazione nei primi anni ha veramente questo valore discriminante, dove sono gli investimenti che sostengano la qualità? Investimenti culturali, sapienziali e (non ultimi) economici.

La responsabilità della politica

Sono decenni ormai che i servizi per l’infanzia (nido e scuola) non fanno parte dell’agenda politica, sono marginali nella progettazione e negli investimenti.

È un dato reale che i tagli ai finanziamenti diretti, i tagli alla finanza degli Enti locali, i vincoli normativi all’assunzione di personale e alla sostituzione dei pensionati, lo stesso innalzamento dell’età pensionabile sono la causa di un progressivo decadimento della qualità del servizio educativo.

Su queste affermazioni è facile trovare consenso, ma c’è qualcuno che ha una posizione organica sul problema? C’è qualche forza politica, qualche sindacato o qualche associazione che intervenga in maniera non sporadica su questi problemi? Qualcuno che abbia elaborato o sollecitato una proposta organica?

In sintesi: chi propone una visione complessiva del settore e offre soluzioni per affrontarlo in maniera organica e non con pezze e pezzette? E non obiettiamo che bisogna tener conto del “possibile”: il “compromesso”, il ripiego sulla politica del “passo per volta”, è sostenibile se è chiaro il quadro di riferimento, se non abbiamo mandato in soffitta l’utopia, tutti presi dal piccolo risultato immediato.

Le responsabilità della cultura

Il ripetersi di fatti di cronaca legati al maltrattamento di bambini in nidi e in scuole dell’infanzia, ci porta al nodo della qualità. La preoccupazione di ridurre i costi, diventato un mantra a fronte dell’incapacità di recuperare risorse e individuare le priorità di investimento, ha portato a trascurare “la qualità degli ambienti, degli strumenti, del personale e dell’accoglienza famigliare”.

L’attenzione è puntata su altri focus, non sul bambino.

Assumiamo come prioritario il bisogno/diritto del bambino e della bambina di star bene, di essere accolto, accettato e accompagnato, le soluzioni tecnologiche sono l’ultimo dei problemi.

Il nodo primario e essenziale è l’educatore: quale professionalità, quali capacità ha di stare con i bambini? Abbiamo un reale problema di sostegno alla professionalità, di verifica e selezione delle competenze e della capacità educative. Non basta la risposta che con la riforma della “Buona scuola”, avremo personale educativo laureato. La laurea certifica che si sono superati x esami, non è una certificazione di adeguata disposizione a stare con i bambini e il corso di laurea non dà “gli strumenti e le tecniche” del “mestiere di educare”.

Dovremmo mettere a fuoco quali debbono essere le caratteristiche di una formazione dell’educatore/insegnante dell’infanzia, quale percorso di studi, quali tirocini, quali “tecniche”. Dobbiamo rifiutare la logica per cui ogni Università, sulla base delle risorse di cui dispone si costruisce un percorso funzionale ai suoi criteri economici e scarsamente attento al risultato richiesto. Proviamo a fare un’analisi dei piani di studio per la laurea utile per educare l’infanzia? Esclusi il tirocinio e i laboratori ai quali non si può affidare completamente il compito di dare gli strumenti da spendere nella professione, gli insegnamenti che contribuiscono ad attrezzare professionalmente lo studente, oltre che a fornire una solida teoria, sono veramente un’esigua minoranza

Le responsabilità della preoccupazione adultistica

A questo poi si aggiunge una persistente deriva all’anticipazionismo. Invece di concentrare la ricerca e l’impegno sulle necessità dell’età (sul benessere attuale dell’essere bambino e dei suoi diritti), si va diffondendo una rincorsa a curricoli che prevedono “l’inserimento di programmi tipicamente scolastici a scapito di quelli promozionale della soggettività e educativi”. È un modo per dare all’educatore e all’insegnante una sensazione di maggior professionalità? È una rincorsa alle aspettative e alle richieste dei genitori a loro volta vittime del sistema di competitività?

A un certo punto c’è da chiedersi perché alcuni educatori trovano maggior soddisfazione nel far conseguire ai bambini del Nido obiettivi inadatti alla loro età? Per un presunto maggior prestigio? Hanno sbagliato l’ordine di scuola nel momento della scelta professionale?

E tanto per completare il quadro: come gioca in questa situazione il sistema di esternalizzazione attraverso gare? Quanto la preoccupazione di guadagnare qualche punto, porta a cercare quell’elemento in più, sempre più spesso legato al piano cognitivo misurabile e quindi di nuovo a un’anticipazione scolastica?

C’è forse da ripensare, come suggerisce la filosofia dell’educazione, a partire dall’idea di bambino che abbiamo, quale siano i suoi bisogni educativi, quale dev’essere, di conseguenza il profilo professionale dell’educatore (insieme alla sua formazione e selezione), e che caratteristiche deve avere il Nido d’infanzia che li accoglie? Sono solo accenni a temi (tanti, troppi da affrontare in una volta): confidiamo di sviluppare la discussione in corso d’anno con il contributo dei nostri lettori, concordi o dissenzienti, certamente pensanti.

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