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Usciamo all’aperto

Paola Tonelli

Formatore e Pubblicista


Da molti anni lavoro, mi impegno, per cercare-ricercare come offrire anche ai bambini che vivono nelle grandi città la possibilità di non crescere completamente staccati dalla natura e dai suoi materiali-elementi.

MA … c’è un MA grande come una casa, forse come un grattacielo, un MA che coinvolge questi bambini cittadini. Il mio intento è quello di portare l’attenzione a questa massa di popolo bambino. Perché se da un lato, fortunatamente, si stanno facendo strada delle innovazioni (penso alle esperienze che arrivano dal nord Europa come gli asili, le scuole nel bosco) dall’altro c’è un triste giro dell’oca quotidiano che tocca a migliaia di bambini!

 

 

A Roma, ad esempio, i bambini delle scuole dell’infanzia comunali sono circa 32.000, quelli dei nidi comunali sono circa 12.000, quelli dei nidi convenzionati sono circa 7.000. Un totale di circa

  • bambini cui si devono aggiungere quelli delle scuole dell’infanzia statali e quelli della scuola primaria, poi quelli di Milano, Torino, Bologna, Napoli, …

Si tratta di un’immensa popolazione bambina che spesso trascorre le giornate chiusa tra muri, inscatolata in spazi chiusi.

Teorie e divulgazioni sull’importanza del contatto diretto con la natura ci sono, sono ricche ed abbondanti, si sono moltiplicate negli ultimi 4/5 anni, anche io ho scritto su questo argomento.1 I discorsi sul tema si sono dunque moltiplicati, il discorso c’è ma la realtà degli spazi esterni delle scuole, è povera, molto povera e mal utilizzata (con le ovvie e naturali eccezioni).

1 Tonelli P., USCIAMO all’APERTO, ed. ANICIA, Roma, settembre 2015

 

La mia riflessione va a quelle scuole che dispongono solo di un cortile asfaltato o, nel migliore dei casi, sterrato. Sono questi, molto spesso, gli unici spazi aperti che accolgono i bambini reduci dal percorso che quotidianamente compiono di scatola in scatola.

Sono molti gli adulti che operano in scuole con spazi di questo tipo. Non posso pensare che a tutti questi insegnanti non siano arrivati i frutti delle recenti ricerche, non siano arrivate le nuove teorie. Sono certa che la maggioranza, la grande maggioranza ne sia venuta in contatto.

Dando per scontata questa conoscenza voglio affrontare un problema che sta a monte e che ho individuato nei frequenti contatti con le scuole e i nidi grazie ai corsi di formazione: gli insegnanti pur sapendo, pur conoscendo, si sentono spesso ingabbiati, molti si sentono come prigionieri in tele di ragno:

  • Procedure e divieti sembrano rendere possibili solo piccoli movimenti
  • Adulti agitati si sentono sempre più prigionieri e si sono convinti che si può fare
  • I Bambini, a loro volta, vengono travolti da richieste e per troppo tempo legati alle sedie nelle aule.

Per avviare un buon lavoro sull’outdoor education è necessaria una prima fase per fermarsi a pensare. Urge pensare al possibile lì, nel nostro cortile asfaltato, brutto, poco invitante, povero! Pensare insieme e fuori da ogni schema perché ogni realtà ha il suo possibile. Tuttavia ogni innovazione richiede un poco di tempo per prendere corpo: alcune richiedono anni, altre mesi. Dobbiamo tutti sognare e, allo stesso tempo, essere anche consapevoli che ci sono sogni a lungo termine e sogni a breve termine. Per non perderci molti bambini e molti insegnanti bisogna lavorare su entrambi i tempi.

Per affrontare i problemi che le condizioni difficili ci pongono è assolutamente necessario uscire dagli schemi. A volte, difronte a un problema, ci blocchiamo per via di limitazioni auto-indotte. Nella vita quotidiana: i nostri autoinganni potrebbero impedirci di agire in un determinato modo. Per il semplice fatto che “così non si fa” o “così non si può” ci limitiamo delle possibilità, impediamo il progredire del cambiamento. Potremmo invece riuscire a trovare nuove soluzioni se ci ricordassimo che per lo stesso problema possono esserci più vie di uscita.

Ognuno dovrà cercare le sue follie, quelle possibili nella sua realtà.

Prima di individuarle sarà necessario tenere ben presenti 2 ERRORI DA EVITARE:

  • Abbandonare l’idea di poter trasformare il proprio spazio aperto in uno simile a quello delle scuole svedesi, finlandesi. In certe realtà ci sono vincoli che impongono di essere guardati con realismo. Sono consapevole che inseguire un’utopia completamente sganciata dalla propria realtà può, paradossalmente, bloccare tutto. Per essere più chiara: gli insegnanti-educatori che non dispongono di uno spazio verde ma solamente di un cortile dovranno partire con gli occhi al loro spazio aperto tutt’altro che
  • Evitare con molta attenzione ogni forma di improvvisazione perché le idee audaci richiedono L’improvvisazione è pericolosa e, a sua volta, può bloccare il cambiamento.

Vi sono due categorie di spazi aperti difficili:

  • c’è chi dispone di un brutto cortile sterrato ed è già più fortunato
  • c’è chi ha solo uno spazio cementificato o asfaltato o un

È da qui che deve partire la follia, ovvero il pensiero divergente.

Cominciamo dalle basi, da ciò che è a portata di mano ma inutilizzato. Partiamo da ciò che, addirittura, c’è nei nostri cortili cittadini, c’è anche in quelli svedesi-finlandesi, c’è ma non lo prendiamo in considerazione perché non lo riteniamo interessante e utile per lo scopo di avvicinare i nostri alunni alla natura.

Mi riferisco alla nebbia, al vento, alla pioggia, alle pozzanghere che vengono dopo la pioggia e che brillano sotto il sole. Invito tutti ad armarsi di coraggio per regalare ai bambini queste avventure. Non si può dimenticare che l‘aumento del bullismo sembra favorito, tra le altre cause, dalla mancanza di esperienze avventurose. Allora cominciamo a pensarci con determinazione: per fare questo tipo di regali ai nostri bambini possono bastare una giacca a vento, una sciarpa e l’ombrello se cadono alcune gocce. Con i più grandi, ad esempio, sarà interessante dedicare un poco di tempo per riflettere e per progettare con loro un’uscita con l’ombrello. Non basta aprire la porta e portarli fuori! Ai bambini piace la pioggia e certamente con piacere discuteranno sulle difficoltà che si potranno incontrare e su come cercare di affrontarle.

Mi fa piacere ricordare un testo antesignano che è uscito nella preziosa collana diretta da Andrea Canevaro:

“I bambini hanno bisogno di avventura”

di Thomas Lang – ed. RED – 98

Su questo tema possiamo attingere molto dalle famose scuole nordiche di cui sogniamo gli spazi aperti e mentre li sogniamo, restiamo murati in sezione. Come si comportano con la pioggia gli svedesi, finlandesi? Cominciamo allora ad utilizzare la pioggia, come fanno loro, partendo dai primi gradini della nostra scuola: dalle sc dell’infanzia e dai nidi. Incredibilmente in molti nidi si è osato di più. È tutta questione di organizzazione. Una domanda ricorrente riguarda la paura delle mani che si sporcano di terra. Rispondo ponendo, a mia volta, con un’altra domanda: “perché quando vediamo i bambini nel bosco andiamo in visibilio davanti alle loro mani, piedi, tute, stivaletti, che si sporcano? Perché poi quando li portiamo in cortile rimaniamo turbati da questo tipo di contatto e lo evitiamo con cura?” Una sottile incoerenza affiora.

Certo serve organizzarsi e andare per gradi: per l’outdoor education questo è solo il primo passo!

 

 

Progetto Corsi di formazione ( laboratori – seminari) sull’uso degli spazi aperti

mptonelli@libero.it

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