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Se si è cresciuti in una comunità, non è possibile essere stranieri

Umberto Galimberti

Bambini che hanno frequentato le stesse scuole e acquisito gli stessi insegnamenti dei nostri vanno riconosciuti come italiani.

 

Il problema dell’immigrazione e dell’accoglienza può trovare più facilmente una soluzione se smantelliamo alcuni stereotipi, come la nostra presunta “identità nazionale”, enfatizzata dal fascismo che si rifaceva ai fasti dell’impero romano. dimenticando che non c’è mai stato impero tanto composito come quello: la circolazione di persone, che provenivano da ogni parte del mondo allora conosciuto, lo hanno reso un esempio di multiculturalismo ante litteram. Dopo il crollo dell’impero romano, l’Italia ha subito ininterrotte invasioni, da parte di popoli che la storiografia ha definito “barbari”. Con la nascita degli Stati europei, non sono mancate le occupazioni di spagnoli, francesi, austriaci o tedeschi: hanno a tal punto mescolato usi, costumi e credenze, che parlare di “etnie” o “identità nazionali” è cosi arcaico, se non addirittura artificialmente ideato per respingere chi non vogliamo accogliere per motivi inconfessabili, come il timore che il suo sopraggiungere ci impoverisca.

A questo punto, è inutile ribadire la nostra presunta “identità” che lo straniero, con la semplice sua presenza, concorre a rafforzare; perché questa identità da cosa e data? Dai valori di libertà, uguaglianza, fraternità proclamati dalla rivoluzione francese, ma già anticipati dal cristianesimo alle origini, quando affermava che non dovevano più esserci padroni né schiavi, che eravamo tutti figli di Dio e che dovevamo aiutarci reciprocamente, in base al comandamento dell’amore verso il prossimo?

Questi valori non sono minacciati dallo straniero, perché è da tempo che vi abbiamo rinunciato, riducendo la libertà e l’uguaglianza a diritti formali, ma non sostanziali. Mentre la fraternità l’abbiamo affidata al buon cuore, quando non a losche speculazioni.

E poi, che significa il concetto di “integrazione”, accolto da tutti in modo acritico? Significa, scrive Barbara Spinelli in Ricordati che eri straniero (ed. Qiqajon): «Chiedere all’altro di compiere tutto intero il cammino che lo porta a me, da solo, in una logica che non è di cooperazione, ma di sottomissione. La civiltà non comincia con un “vienimi incontro”, ma con un “veniamoci incontro”, facciamo un po’ di passi tutti e due, l’uno verso l’altro, stabiliamo un terreno di intesa, magari minimo ma comune».

La soluzione è quella che ci hanno insegnato gli antichi Greci. Come ci ricorda Isocrate: «Atene ha fatto si che il nome di elleni designi non più una stirpe (ghénos), ma un modo di pensare (diánoia). Per cui siano chiamati elleni non quelli che hanno in comune con noi il sangue, ma quelli che hanno in comune con noi una paideia». Paideia è la capacità di apprendere, che non si eredita con il sangue, ma si impara crescendo insieme. Ora, se i bambini nati in Italia sono cresciuti insieme con i bambini italiani, hanno frequentato le stesse scuole, acquisito gli stessi insegnamenti, rispondono perfettamente al principio greco della paideia, e perciò vanno riconosciuti come italiani.

Altrimenti barbari diventiamo noi, che discriminiamo non in base alla cultura, ma al colore della pelle.

 

D La Repubblica, 23 SETTEMBRE 2017

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